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La mia Wilier Mortirolo AKA Willy

La Willy è la mia bici da corsa.

Sono quasi sei anni che scorrazziamo insieme.
È riduttivo ormai chiamarla bici da corsa, perchè l'ho usata in tanti modi diversi. Ci ho fatto giri tranquilli, lunghi, corti, cicloturistici, avventurosi.
Ci sono andata nel caldo rovente dell'estate, nella nebbia autunnale, nel vento di primavera e nel freddo nevoso invernale. Ci sono andata di giorno e di notte, da sola e in compagnia, al mare e in montagna.

La chiamo la mia ammiraglia, perchè è la più specializzata e la più nuova delle mie bici, ma ormai ne ha viste tante quante e forse più di ogni altra mia bici.

All'inizio avevo timore a usarla su fondi sconnessi, mal asfaltati o sterrati. Avevo paura che si potessero rovinare i componenti o il telaio. Si sentono tante cose contraddittorie sul carbonio, ma in tutti questi anni non mi ha mai davvero dato dei problemi.

Ricordo ancora le prime due o tre settimane che ci sono salita sopra. Era più rigida di ogni altra bici che avessi provato, e non ero abituata alle sue geometrie.

Le sentivo come una specie di tortura, e mi chiedevo cosa mi fosse mai venuto in mente di prendere un oggetto del genere.

Col passar del tempo ho preso confidenza con le sue forme, i suoi rapporti, i suoi pregi e i suoi limiti. A tutt'oggi non ho mai fatto una visita biomeccanica per stabilire esattamente le misure che sarebbero più indicate per me per una bici da corsa, e sospetto che la Willy non mi calzi proprio a pennello.
Ma mi calza a sufficienza per starci comoda e per apprezzare la sua leggerezza e reattività.

Una bici da corsa non può fare tutto, ma può fare molto.

Ci posso andare in un ritaglio di tempo, o per una giornata intera. Senza preavviso, senza chiedere permessi o pagare ingressi, è sempre pronta sulla soglia di casa per portarmi in giro.

Mi ha portato fuori dalla nebbia e dallo smog della città, fuori da momenti di malumore o di stanchezza. Le sue ruote sono state le ali della mia allegria e della mia forza, il volano delle mie idee, l'alimento della mia vitalità. In sella alla Willy ho esplorato in lungo e in largo i monti e le valli della mia regione, e in parte anche quelli del Trentino quando ci ho vissuto un periodo.

Recentemente l'ho portata un po' più vicino al limite delle sue possibilità e della sua utilità.

Avevo voglia di fare un giro sui monti, e di vedere un tramonto in direzione del mar Tirreno. Così sono risalita da Fanano su per la valle del torrente Ospitale, su oltre i rifugi dove finisce la strada asfaltata e inizia la forestale in mezzo al bosco.

A un certo punto mi sono tolta le scarpe con gli attacchi e mi sono messa gli scarponcini, perchè il fondo ghiaioso rendeva difficile pedalarci sopra. In questo modo ho potuto alternare agevolmente tra camminare spingendo la bici e pedalare con gli scarponcini, e ho raggiunto il passo della Croce Arcana alle 18.

Venendo da un dislivello positivo di quasi 1500 metri, non avevo preso coscienza del tutto del freddo che faceva, ma me ne sono accorta quando ho cercato di bere e ho trovato l'acqua della borraccia congelata.

È stata un'avventura abbastanza impegnativa, soprattutto per la successiva discesa al buio nel bosco sottozero. Ma lo scenario delle cime dei monti al crepuscolo, con la luna che sale, la pianura lontana e immersa nella foschia, il bosco sotto di me silenzioso e lievemente sfidante ne è valsa la pena.

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